Giuseppe Frangi, “Ritratto d’artista. Mathia Pagani”, Arbiter, Ottobre 2021

L’errore e il fallimento, siano essi umani o di un computer, ispirano l’arte, l’inventiva e la sperimentazione di Mathia Pagani, e lo portano a realizzare serie come 404 Not found a cui appartiene l’opera di copertina

“Sono rimasto un artista in sordina per tanti anni», racconta Mathia Pagani. Oggi ha 40 anni, vive a Lione e invece è pienamente artista. Mathia ha un carattere mite. Gli si leggono negli occhi sogni e anche profonde convinzioni. La sua biografia traccia il percorso di un lento avvicinamento al suo vero destino. Si può dire che per anni ci abbia girato attorno, con attività che avevano a che fare con l’arte e la cultura. Ma stando sempre dall’altra parte: quella di chi organizza, di chi scrive dei lavori degli altri, di chi si occupa di allestimenti e promozioni. A 23 anni lavora in una galleria, poi in un grande teatro milanese, il Franco Parenti di Andrée Ruth Shammah, alla quale lo lega ancora una grande e sincera amicizia. Era stata proprio la regista a volere le sue immagini per un libro sulla storia dei Bagni Misteriosi, il bellissimo complesso con piscina che affianca il teatro. Mathia, infatti, ha sempre giocato con le immagini, fin da ragazzo quando assolutamente autodidatta si divertiva a disegnare fumetti e nel frattempo aveva affinato la sua abilità nell’uso di Photoshop. Immagini create e immagini «ricreate», dunque: un doppio binario che ancor oggi contrassegna il Mathia Pagani artista, quello nato a pieno titolo nel 2018, quando si è trasferito in Francia (prima Parigi, poi Lione), con la compagna e la piccola Sophia. È stata una scelta che ha un sapore monastico, quasi di fuga dalla frenesia di un mondo culturale che punta tutto sulla novità e sul far colpo. «Volevo sperimentare la dimensione della lentezza nel creare», racconta. È nato così il primo ciclo di lavori, quello degli Ziggurat. Sono grandi tele riempite di quadrati inglobati l’uno nell’altro, secondo un equilibrio che la sua sensibilità è riuscito ogni volta a stabilire. Il suo sguardo immaginario si è posto verticalmente sopra queste strutture architettoniche, eredità della grande civiltà sumera, e ne ha disegnati i perimetri, con il loro progressivo ridursi man mano che la piramide sale. Sono come dei passaggi di stato, restituiti da una pittura densa, volutamente «sporca» perché il colore viene reso impuro con l’uso di stracci. A sigillare il ciclo di opere ogni volta compare un segno imprevisto e irregolare («la mia virgola», lui la definisce). Nella grammatica poetica di Pagani infatti «l’errore» è una componente fondamentale, destabilizzante e insieme anche molto poetica. «Gli errori sono in genere il prodotto di culture organizzative sbagliate, non di persone», dice Mathia. «In una cultura giusta, dopo un incidente, la domanda che ci si pone è “Che cosa è andato storto?” e non “Chi è la causa?”. Una cultura giusta è l’opposto di una cultura della colpa. Sbagliando infatti si inventa. Gli errori di grammatica nascondono storie». È da queste premesse che è nato nel 2020 il progetto espositivo più compiuto e ambizioso di Pagani: Error Project. Un progetto articolato, che assembla le sue due nature: da una parte c’è il Pagani profondamente meditativo, che lavora in modo certosino a comporre tele con dei semplici triangoli cromatici che emergono dalla superficie a forza di sottili vibrazioni luminose; dall’altra, invece, c’è l’artista tecnologico, che fa irrompere la sua delicata fantasia dentro il meccanismo implacabile del computer. La serie non a caso si chiama 404 Not found, titolo preso dal messaggio che ogni volta sullo schermo ci compare per indicare un fallimento, un errore. Sono immagini di città che inglobano la forma perfetta del triangolo, ma che nello stesso tempo accolgono l’inciampo di un imprevisto, di un fattore fuori contesto, dolcemente destabilizzante, come nel caso della copertina di Arbiter. Nell’ambiente freddo di un computer si innesta l’elemento caldo e insieme «sporco» dell’errore, della presenza arbitraria, come dice lui, «scivolata dentro dalle finestre e non dalla porta principale». È una strada che ha portato Pagani a sperimentare percorsi ancora coinvolgenti, sempre dentro il mondo digitale. È una sorta di parodia della mitica Marina Abramovic ́, perché il suo Artist is Present è diventato Artist is Online. Pagani guida il visitatore in un gioco divertente a più livelli che porta a svelare ogni volta l’oggetto artistico. L’ultimo livello è quello a cui lui tiene di più: «Racconta un errore che hai fatto», viene chiesto ai navigatori. Le confessioni sono tantissime, impreviste e sincere. A quella domanda ne segue un’altra: «Sei in grado di superare l’errore?». Le risposte qui convergono in gran parte su una ricetta che Mathia sposa: «Si supera l’errore accettandolo».

Giuseppe Frangi

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