Storia di un cappello e due mani

In piedi, in mezzo alla strada, con un grande cielo pieno di nuvole alle spalle, un uomo in frac
si passa un cappello a bombetta da mano a mano. Ogni tanto lo fa roteare con il dito, come una palla.
Sembra proseguire un discorso iniziato già da tempo, fra sé e sé:
“Che poi accogliere è tante cose: a ben guardare, per esempio, il cappello accoglie la testa.”
L’uomo indossa con gesto ampio il cappello e lo ritoglie subito dopo.

“E quando si ha la testa per aria?”
L’uomo lancia il cappello per aria e lo riprende.
“…è il cielo che l’accoglie!”
“Lo diceva il filosofo: l’intelligenza non si misura dai piedi alla testa, ma dalla testa al cielo.”

Una ragazza dietro di lui sorride.
“E quando si perde la testa?”
L’uomo muove gli occhi rapidi da destra a sinistra, sembra agitarsi, cammina nervoso avanti indietro, pochi passi, veloci. Si blocca, riprende, si blocca. Ride fragorosamente. Esclama:
“… quando si perde la testa si ritrova il cuore! “

Nel frattempo si è formato un capannello di persone intorno a lui.
“E come si ritrova la testa? “
L’uomo ora sembra interrogare con lo sguardo il pubblico
“La testa si deve perderla in due per poterla ritrovare! Altrimenti tanti cari saluti. Alla testa intendo!”
Tra il pubblico intanto una mano ha il coraggio di sfiorarne un’altra.

“Perché? Dove va?”
La mano ricambia il tocco e stringe piano tra pollice e indice il palmo dell’altra.
“Di solito verso altre galassie, ma spesso si ferma sulla luna. Se sono invece in due e si sono perse l’una per l’altra rimangono sulla terra.”
I due palmi sono ora uniti, sembrano combaciare.
“E la illuminano. Ogni tanto illuminano anche gli uomini in frac, e le mani intorno che applaudono…”
Applausi, di tutte le mani.
Tranne due.

(testo e immagini Mathia Pagani)